Sono arrivata alla fine del mio quinto Panchakarma, l’antica pratica di purificazione dell’Ayurveda, la medicina tradizionale indiana, o meglio, vedica. È stata una settimana intensa, nella quale ho avuto la possibilità di andare davvero in profondità: osservare i miei dubbi, le mie incertezze, le mie paure e le mie impurità.

Non solo quelle più evidenti, legate al corpo fisico, ma anche quelle più sottili: le impurità della mente e quelle del cuore. Ed è proprio qui che, a mio avviso, risiede il vero significato di questa esperienza. La purificazione non riguarda soltanto il corpo: è un processo che coinvolge ogni livello del nostro essere.

In quest’ultimo giorno è emersa con grande chiarezza una riflessione che desidero condividere.

Come yogina, come praticante dello yoga, sento che nella vita esistono tre mete fondamentali.

La prima è Ahimsa, la non violenza. Ahimsa è il primo dei cinque Yama, i principi etici dello yoga, e rappresenta l’attitudine a vivere senza arrecare violenza agli altri. Ma applicare Ahimsa al cento per cento è molto più difficile di quanto sembri. Significa osservare costantemente i propri pensieri, le proprie parole e le proprie azioni, affinché nessuno di essi diventi causa di sofferenza.

Questa pratica richiede una presenza continua. Ed è proprio questa presenza che conduce naturalmente a Dharana, la concentrazione.

Spesso pensiamo alla concentrazione come a qualcosa che appartiene esclusivamente alla meditazione. In realtà, Dharana dovrebbe accompagnare ogni istante della nostra giornata. Restare concentrati su Ahimsa, mantenere la consapevolezza nelle relazioni, nelle parole e nelle scelte quotidiane significa trasformare tutta la vita in una pratica spirituale.

Quando questa concentrazione diventa stabile, può aprire la porta a Samadhi, lo stato di unione, la liberazione dall’ego, dagli attaccamenti e da tutti quei meccanismi interiori che alimentano la sofferenza e ci impediscono di riconoscere la nostra vera natura.

Durante questa settimana, però, è emersa anche una quarta parola, che per me è diventata altrettanto importante.

Leggerezza.

È una comprensione che è nata con forza durante la cerimonia del fuoco.

Nel cammino spirituale capita spesso di sentirsi appesantiti dai dogmi, dalle regole, da ciò che “si deve” fare e da ciò che “non si deve” fare. Le pratiche, la disciplina e perfino il desiderio di migliorarsi possono, se vissuti senza equilibrio, trasformarsi in un peso.

Anche il mondo esterno contribuisce a questa sensazione. Viviamo immersi in energie spesso rajasiche e tamasiche, che ci trascinano verso l’agitazione, l’inerzia e la pesantezza.

Eppure, se desideriamo vivere Ahimsa, mantenere Dharana e avvicinarci a Samadhi, abbiamo bisogno di coltivare anche la leggerezza.

Leggerezza nel cibo che scegliamo.
Leggerezza nel modo di vivere.
Leggerezza nel corpo.
Leggerezza nella mente.
E, soprattutto, leggerezza nel cuore.

La leggerezza non è superficialità. È libertà. È lasciare andare ciò che non serve più. È smettere di identificarsi con i propri schemi, con le proprie paure e con il peso del passato.

Per questo consiglio il Panchakarma a chiunque desideri conoscersi veramente. A chi ha il coraggio di guardarsi dentro, di incontrare le proprie ombre e di sciogliere quei nodi interiori che, spesso da molti anni, limitano la libertà dell’anima.

Perché la vera purificazione non consiste semplicemente nell’eliminare le tossine dal corpo, ma nel ritrovare quello spazio di silenzio, chiarezza e leggerezza nel quale possiamo finalmente riconoscere ciò che siamo davvero.

Namaste.
Radhika Hartmann

SCOPRI I MIEI LIBRI