Canzone consigliata per questo articolo:
“Guru Ram Das” di Renato Motha, Patricia Lobato

Da quando pratico Yoga, ho provato una quantità di stili infinita.
Ancora ad oggi mi piace sperimentare, la mia sequenza giornaliera non è mai la stessa e mi piace insegnare sempre e solo ciò che sono.
L’altro giorno nella locandina di un evento, era stato scritto per errore un concetto che non pratico, l’ho corretto subito, non potrei mai trasmettere ciò che non mi scorre nelle vene.
Alle volte sento di avere bisogno di più energia, allora faccio una pratica più dinamica, alle volte ho solo voglia di lasciarmi andare e di rilassarmi, quindi pratico yin e alle volte mi piace combinare i due stili, ma quello che non manca mai ovviamente è la meditazione.

Nella mia esperienza da studente, il giorno in cui ho incontrato l’Ananda Yoga, qualche cosa dentro di me è cambiato profondamente e lo è stato per sempre. Finalmente da quel giorno ho capito cosa, a livello fisico, serve fare per arrivare al nostro Sé, meta ultima dello Yoga.
Se si usa la pratica yogica come esercizio fisico, senza saper guidare l’energia e senza saper dove condurla, la nostra sessione equivale ad una bella lezione di pilates o zumba.
Alle volte mi spiace sapere che tanta energia venga consumata, senza avere come scopo l’elevazione della coscienza, ma il nostro è un mondo confuso.

I più grandi Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e che guidano la mia vita (sono stata molto fortunata), hanno una pratica molto semplice come loro stessi; una volta una coppia di Sensei mi disse “Come sei sul tappetino, sei nella vita”, ricordandoci sempre che diventiamo chi frequentiamo e cosa facciamo.


Da quando ho incontrato Yogananda, nessuna Asana per me ha senso se, quello che viene mosso e risvegliato, non viene portato dentro la colonna e in alto nell’occhio spirituale.
Nessuna pratica ha senso per me se, non si viene guidati dal cuore di un Maestro realizzato, ed è matematico: non potrà mai esserci un’elevazione della coscienza, perché essa rimarrà solo nella carne, nelle ossa, nei muscoli e così diventeremo sempre di più individui materialistici, attaccati alla mondanità e alla vita con le sue dualità.

Il mio Yogacharya sempre ci avverte di questa cosa: “non praticate solo con il corpo, perché rimarrete solo a quel livello”
Non ci può essere Yoga senza meditazione.
Non si può dire di praticare Yoga senza praticare la meditazione, Yoga significa unione e fin tanto che c’è movimento nel corpo e nella mente siamo nella separazione, l’unione avviene quando tutto si ferma, quando tutto si placa, quando riusciamo a staccarci da questa illusione che è la vita ed entriamo nello stato della pura coscienza eterna e beata, dove proviamo la pura gioia, il puro amore in assenza di qualsiasi desiderio, perché tutto è realizzato da dentro.
Chi ha sperimentato questo stato, sa benissimo che non c’è appagamento terreno, pari a quello che si sperimenta nello stato del nostro Sé, possiamo continuare ad amare la vita a giocare con essa, a divertirci con Maya, consapevoli del fatto che nulla è bello come stare nella Super Coscienza, vicino ai Maestri.

Lo so, meditare non è facile, infatti Patanjali non ha caso nei suoi sacri 8 passi, questa pratica l’ha messo alla fine, personalmente ho cominciato a meditare seriamente dopo anni e anni di pratica e sono ancora all’inizio…

Puoi fare tutto quello che vuoi, ma ricordati che devi sempre andare dentro e in alto, perché solo li potrai scoprire la tua natura, chi sei, cosa sei venuto a fare qui e cosa soprattutto ti aspetterà prima o poi.

Meglio prepararlo prima questo viaggio, per non arrivare impreparati a quella partenza, rischiando di perdere il treno e così invece di salire, dentro e in alto come già abbiamo imparato, saremmo costretti di nuovo a scendere e a ricominciare tutto da capo, tutto da dove abbiamo lasciato…

“Due sono le cose che devi fare in questa vita: divertirti e crescere”
Cit. Yogananda GuruJi

Be Present, Be Free
Ivanka Radhika

Terra, 1 Aprile 2021

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